
Zone umide: un patrimonio naturale da proteggere
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Paludi, torbiere, lagune, stagni, foci dei fiumi. Ambienti molto diversi tra loro, accomunati da un elemento fondamentale: la presenza dell’acqua.
Sono le zone umide, ecosistemi di passaggio tra terra e acqua che occupano una porzione relativamente piccola della superficie terrestre, ma svolgono funzioni essenziali per la biodiversità, il ciclo dell’acqua e l’equilibrio climatico.
Spesso poco conosciute e, per lungo tempo, considerate semplicemente territori da bonificare, oggi sappiamo che rappresentano un patrimonio naturale prezioso e un importante alleato di fronte agli effetti del cambiamento climatico.
Cosa sono le zone umide?
Non esiste un solo tipo di zona umida. La definizione comprende ambienti naturali o artificiali, permanenti o temporanei, caratterizzati dalla presenza di acqua dolce, salmastra o salata.
Ne fanno parte paludi, acquitrini, torbiere, stagni, lagune, foci e delta dei fiumi, saline e alcuni bacini artificiali. La Convenzione sulle zone umide comprende nella definizione anche aree marine poco profonde.
Si tratta quindi di ecosistemi molto diversi, collocati nel punto di incontro tra ambiente terrestre e acquatico. Proprio questa particolare condizione crea habitat estremamente dinamici e ricchi di vita.
Le zone umide occupano infatti circa il 6% delle terre emerse, ma ospitano o sostengono circa il 40% delle specie vegetali e animali conosciute. Sono luoghi fondamentali per pesci, anfibi, insetti, piante acquatiche e numerose specie di uccelli, che possono utilizzarle per riprodursi, alimentarsi o fare tappa durante le migrazioni.
Perché le zone umide sono importanti?
La loro importanza, però, non riguarda soltanto le specie che ospitano. Le zone umide svolgono numerosi servizi ecosistemici, cioè benefici che gli ecosistemi naturali forniscono anche alle persone.
Innanzitutto, contribuiscono alla regolazione dell’acqua. Molte zone umide sono in grado di trattenere parte dell’acqua durante periodi di piogge abbondanti e di rilasciarla più lentamente, contribuendo a regolare i flussi idrici e a mitigare gli effetti di alluvioni e periodi di siccità.
Svolgono inoltre una funzione di depurazione naturale: la vegetazione, i sedimenti e i microrganismi presenti possono trattenere o trasformare nutrienti e alcune sostanze presenti nell’acqua, contribuendo al mantenimento della sua qualità.
C’è poi il loro ruolo nel contrasto al cambiamento climatico. Alcune zone umide sono importanti serbatoi naturali di carbonio: le torbiere, in particolare, accumulano nel suolo grandi quantità di carbonio per periodi molto lunghi.
Nelle aree costiere, infine, ecosistemi come paludi salmastre e mangrovie possono contribuire a ridurre l’erosione e attenuare l’impatto delle mareggiate, offrendo una forma naturale di protezione del territorio.
Un patrimonio che stiamo perdendo
Nonostante la loro importanza, le zone umide sono tra gli ecosistemi sottoposti alle maggiori pressioni.
Secondo il Global Wetland Outlook 2025, dal 1970 il Pianeta ha perso circa 411 milioni di ettari di zone umide, pari al 22% della loro estensione globale, mentre circa un quarto di quelle rimaste si trova oggi in cattive condizioni ecologiche.
Per secoli molte aree umide sono state prosciugate e bonificate per ottenere terreni agricoli, creare nuovi spazi per insediamenti e infrastrutture o, in alcuni contesti, anche per ragioni sanitarie legate alla diffusione della malaria.
Oggi alle trasformazioni del territorio si aggiungono inquinamento, agricoltura intensiva, alterazione dei corsi e dei flussi d’acqua, specie invasive e cambiamento climatico. L’aumento delle temperature e la modifica dei regimi delle precipitazioni possono infatti alterare profondamente ecosistemi il cui equilibrio dipende proprio dalla disponibilità e dalla stagionalità dell’acqua.
La loro scomparsa non significa quindi soltanto perdere habitat naturali: significa anche ridurre la capacità del territorio di trattenere l’acqua, immagazzinare carbonio, sostenere la biodiversità e adattarsi agli effetti di un clima che cambia.
La Convenzione di Ramsar
La consapevolezza del valore di questi ecosistemi ha portato, il 2 febbraio 1971, all’adozione nella città iraniana di Ramsar della Convenzione sulle zone umide di importanza internazionale.
L’accordo ha l’obiettivo di favorire la conservazione e l’uso sostenibile delle zone umide e ha dato origine alla cosiddetta Lista Ramsar, che raccoglie aree riconosciute di particolare importanza a livello internazionale.
Oggi in Italia sono presenti 63 siti Ramsar, distribuiti su oltre 81 mila ettari. Tra questi ci sono anche le Torbiere del Sebino, in provincia di Brescia: un’area di grande valore naturalistico situata a sud del lago d’Iseo, riconosciuta come zona umida di importanza internazionale dalla Convenzione di Ramsar.
Un esempio vicino a noi che mostra concretamente quanto questi ambienti rappresentino un patrimonio prezioso per la biodiversità e la tutela degli equilibri naturali legati all’acqua.
Proteggere le zone umide significa proteggere l’acqua
Conservare una zona umida non significa semplicemente proteggere uno stagno, una palude o una laguna. Significa preservare un sistema complesso in cui acqua, suolo, vegetazione e fauna sono strettamente connessi.
La tutela passa dalla conservazione delle aree ancora esistenti, ma anche dal recupero di quelle degradate e da una gestione del territorio capace di lasciare maggiore spazio ai processi naturali dell’acqua.
In un contesto segnato contemporaneamente da siccità, precipitazioni intense, perdita di biodiversità e aumento delle temperature, riscoprire il valore delle zone umide significa riconoscere che alcuni degli strumenti più efficaci per rendere i territori più resilienti esistono già in natura.
E proteggerli significa, prima di tutto, permettere all’acqua di continuare a svolgere il suo ruolo.
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