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Le nostre scelte sono il vaccino per il Pianeta

Fabrizio Gatti è l’autore di Bilal (2007), diario di quattro anni da infiltrato lungo le rotte del Sahara tra i trafficanti e i migranti in viaggio dall’Africa verso l’Europa. Dal 2004 lavora come inviato per il settimanale “L’Espresso” dopo aver lavorato per “il Giornale” diretto da Indro Montanelli e per il “Corriere della Sera”. Le sue inchieste sono state tradotte in tutto il mondo e hanno vinto numerosi premi internazionali. Ci è sembrata la persona giusta con cui approfondire il tema acqua-geopolitica. Ne esce uno spaccato tanto crudo quanto vero.  

 

La sua esperienza da infiltrato nelle rotte migratorie ha messo in luce come uno dei motivi a spingere le migrazioni sia proprio la scarsità di quello che oggi definiamo “Oro Blu”. Che cosa ha visto nei Paesi che ha visitato? Quale è la situazione?

Pensiamo alla proverbiale facilità con cui noi beviamo un bicchiere d’acqua. Ecco, ora immaginiamo che soddisfare la nostra sete richieda ore a piedi al pozzo più vicino, che l’acqua non sia pulita, che nella tanica dove conservarla prenda un terribile sapore di plastica, che salti la stagione delle piogge e il pozzo si prosciughi e non soltanto il pozzo, ma anche il campo che prima sfamava l’intera famiglia allargata. La prima migrazione necessaria è spesso verso un nuovo pozzo, magari in prossimità di una periferia metropolitana, dove la stessa acqua però è contesa da migliaia di persone, dove la mancanza di terre coltivabili azzera l’economia familiare e bisogna sopravvivere con il piccolo commercio di sussistenza come la raccolta e la vendita di rottami, di rifiuti da riciclare, di indumenti usati. La prima migrazione è interna: dalla campagna alla metropoli. Il passo successivo è quello che vediamo partire per la Libia e poi per le nostre coste. Ed è sempre l’acqua a stabilire la rotta del viaggio nel deserto del Sahara. Quando ho pianificato i miei reportage da infiltrato che racconto nel mio libro Bilal, i primi per il Corriere della sera e poi per L’Espresso, il mio problema era lo stesso di decine di migliaia di altri migranti: dove trovo l’acqua? Ed era lo stesso dei carovanieri tuareg, dei trafficanti e dei contrabbandieri. Ero terrorizzato all’idea di rimanere senz’acqua. Mi ha aiutato il diario di viaggio di Heinrich Barth, l’esploratore tedesco che a metà Ottocento ha percorso al contrario la stessa rotta. Centocinquant’anni dopo ci siamo abbeverati agli stessi pozzi.

 

Al di là delle condizioni climatiche tipiche del continente africano, ci sono scelte “politiche” ed economiche che peggiorano la situazione per quei Paesi e popolazioni? Se così fosse, cosa dovrebbe fare a suo giudizio la comunità internazionale per porvi rimedio?

Ci sono le scelte imposte dall’esterno, ma anche contesti interni come la crescita demografica fuori controllo e un sistema patriarcale che concentra la proprietà delle terre, quando ci sono, nei capifamiglia ed esclude le generazioni più giovani, spingendole così verso l’emigrazione. Questo sistema non riesce a sfamare tutti, perché molte terre restano incolte: come accade lungo il fiume Niger, dove i raccolti dipendono dalla rara pioggia e non dalla canalizzazione e dal pompaggio dell’acqua di falda raggiungibile a pochi metri di profondità. Lo stesso sistema, oltre a reggere la famiglia patriarcale, arricchisce la ristretta classe dei commercianti che, di fronte all’insufficienza dei raccolti, importano e rivendono riso, farina e altri generi alimentari. Servirebbe una profonda riforma terriera per obbligare i capifamiglia a mettere a reddito le terre coltivabili o ad affittarle o venderle a quanti potrebbero coltivarle. Ma chi farebbe accettare una riforma così radicale? Purtroppo non un governo democratico, che dipende dal voto di piccoli patriarchi e grandi commercianti. L’altro tema è la dispersione dell’umidità del suolo e l’avanzamento del deserto provocati dal disboscamento per raccogliere o vendere legna da ardere. La crescita demografica intorno alle città comporta un consumo esplosivo di legname per cuocere il cibo. Le soluzioni ci sono. Le spiega un bellissimo libro di Paolo Giglio, un profondo conoscitore del Sahel perché ci abita dal 1973, e di Stefano Bechis, ricercatore del dipartimento interateneo di Scienze, progetto e politiche del territorio del Politecnico e dell’Università di Torino.

Il libro si intitola “Nuova energia per l’Africa” (L’Harmattan): tutti gli operatori, dalle Nazioni Unite all’Unione Europea, ai ministeri degli Esteri alle Ong, dovrebbero studiarlo. Veniamo da anni di progetti work-for-food, oscenità di stampo coloniale. Voi lavorereste in cambio di un sacco di farina importato dalle multinazionali della solidarietà? Non sarebbe meglio sostenere il work-for-money come accade in tutto il mondo libero? La paga in denaro mette in moto l’economia. I sacchi donati riducono sul lastrico sia i piccoli commercianti, sia gli agricoltori, gli allevatori e i pastori. Costretti poi a migrare verso le metropoli e a mettere al mondo figli che cresceranno con l’unico desiderio di andarsene in Europa.

Si sente molto parlare di Water Grabbing, uno stretto parente del Land Grabbing, praticato dalle super potenze economiche, Cina in testa. Cosa sta accadendo, visto dal suo osservatorio, e quali sono gli esiti che possiamo aspettarci in assenza di un intervento “equilibrante” rispetto a questa pratica?

Poiché il Land Grabbing si basa sullo sfruttamento latifondista e intensivo delle terre, l’estrazione e il consumo altrettanto intensivi di acqua è indispensabile. Purtroppo il processo, avvenuto anche nel Nord Italia dopo la Seconda guerra mondiale, non sarà compensato da un parallelo sviluppo dell’industria in grado di assorbire quanti prima lavoravano quelle terre. Io stesso sono figlio di quel processo: mio nonno era un piccolo agricoltore che faceva fatica a sfamare una famiglia numerosa, mio padre faceva l’operaio in una fabbrica, io ho potuto esaudire il mio desiderio di diventare giornalista. La Cina, che è guidata da una spietata dittatura, non dobbiamo mai dimenticarlo, si è guadagnata la simpatia dei governi africani costruendo infrastrutture come ponti, strade, oleodotti per trasferire le materie prime. E già abbiamo visto gli effetti di questa nuova geopolitica alla vigilia della pandemia. Perfino il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, l’ex ministro in Etiopia Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha assecondato le pressioni del regime nazionalcomunista cinese: prima di ogni decisione fondamentale per il mondo, il governo di Pechino ricordava al dottor Tedros gli investimenti diretti per miliardi di dollari partiti dalla Cina verso Addis Abeba. Quando le terre sovrasfruttate si impoveriranno, come è sempre accaduto a queste latitudini, le multinazionali cinesi e non cinesi andranno altrove. Tanto gli effetti non li vedranno: i diseredati continueranno a sbarcare nelle nostre città, non nelle loro ville.

Venendo a casa nostra, lei si è occupato degli effetti del riscaldamento globale sui ghiacciai e delle ricadute che ciò può avere su allevamenti e coltivazioni. Che cosa ha notato e, più in generale, cosa a suo modo di vedere andrebbe fatto per una politica di sostenibilità “davvero sostenibile”?

Nei miei reportage racconto come il paesaggio che accompagnava le mie escursioni in montagna da ragazzo non esista più. E se l’andamento non cambia, senza ghiacciai i nostri figli e i nostri nipoti sperimenteranno probabilmente gli effetti di nuove gravi crisi idriche, tra piene ingovernabili, periodi di siccità e la risalita del cuneo salino nelle regioni agricole lungo le coste. Ma non c’è tempo per essere pessimisti. La mia generazione è cresciuta nel terrore di una guerra nucleare. Gli accordi internazionali, allora guidati dai presidenti di Stati Uniti e Unione Sovietica, Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov, hanno messo il mondo nelle condizioni di controllare e contenere la corsa a questo tipo di armamenti. I cambiamenti climatici richiedono oggi la stessa collaborazione tra potenze e governi locali. Francamente non mi interessa dibattere su quanto l’incremento termico dipenda dalla diffusione in atmosfera di gas-serra di origine artificiale o naturale e dalla loro interazione con l’attività solare. Il risultato per noi abitanti del pianeta non cambia. Ma come il movimento giovanile nato da Greta Thunberg ci insegna, noi come cittadini, come elettori, come consumatori possiamo fare tantissimo. Innanzitutto informandoci, studiando, preparandoci. Poi partecipando all’attività di associazioni e sostenendo i partiti che meglio progettano e realizzano la riforma ecologica della nostra vita. Dobbiamo diventare riformisti, non soltanto nel panorama sociale, ma anche in quello ambientale. Sarà faticoso. Le industrie avranno bisogno di tempo per adeguarsi. Ma già come consumatori possiamo fare tantissimo. Ad esempio, quando è possibile, premiando i produttori plastic-free. Soprattutto negli imballaggi, che la grande distribuzione ha imposto così prepotentemente perfino nella nostra catena alimentare. Prima, durante e, purtroppo, anche dopo il loro utilizzo.

A fine anno tra MIlano e Glasgow si terrò COP26. Cosa auspica per il tema acqua e, più in generale, per gli equilibri socio-economico-ambientali?

Auspico un approccio scientifico e non ideologico. La posizione antiscientifica di Donald Trump ha portato il mondo indietro di anni. Ma ora con Joe Biden alla Casa Bianca ci sono le condizioni per fare importanti conquiste nella difesa della vita sul nostro pianeta, perché è di questo che stiamo parlando. Gli scienziati però, dai climatologi agli economisti, dovrebbero fare un ulteriore sforzo per spiegarci quale sarà il prezzo che pagheremo senza una solida riforma ecologica delle nostre vite. La pandemia ci ha appena dimostrato quale costo ha imposto a tutti noi un approccio ideologico e non scientifico alla diffusione del nuovo coronavirus. Potessimo tornare indietro, probabilmente toglieremmo immediatamente il microfono ai tanti che ci hanno detto che era soltanto un’influenza, che non era affatto facile il contagio, che a Wuhan andava tutto bene. I vaccini ci permettono ora di sopravvivere e rimediare a quegli sciagurati errori. Ma di fronte al rischio di trasformare la Terra in un pianeta inospitale, non avremo altri vaccini se non le nostre scelte.

Di Alberto Marzetta

Articolo pubblicato sul numero 2 di Riflessi, giugno 2021