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Riprendiamoci il potere partendo da noi

Ci siamo, il 2022 sta per finire. Un anno segnato da un cambiamento climatico che è arrivato a lambire le nostre case, con temperature africane e sorgenti che non erano più tali. Pochi centimetri più in là, sul mappamondo, e troviamo terre e popolazioni devastate da missili, mine, distruzione delle infrastrutture primarie, quelle che erogano calore, acqua, energia. Molte famiglie italiane ne toccano direttamente gli effetti quando ricevono la bolletta del gas o dell’elettricità.

Eppure – come ci ha ricordato Umberto Galimberti in una memorabile lezione magistrale ad Acque Bresciane e a un folto gruppo di amministratori locali – questa è la più potente era della tecnica. Sappiamo fare e facciamo quasi tutto, in molti casi ci liberiamo dal dolore, dalla fatica, dominiamo la natura.

Ecco, forse su questo verbo dovremmo soffermarci: dominare. Sulle implicazioni etiche di una parola che indica potere assoluto, controllo, non certo preoccupazione di non nuocere. “Oggi la nostra capacità di fare – ha spiegato Galimberti – è enormemente superiore alla nostra capacità di prevedere gli effetti del nostro fare”.

Poter fare, nel senso di avere la possibilità tecnica di farlo, è diventato sinonimo di dover fare. Se posso, perché no? Ed è comprensibile sia così. Perché “la scienza non guarda il mondo per contemplarlo, ma per manipolarlo”, spiega ancora il filosofo.

Nella Grecia antica, era la politica il luogo delle decisioni, “perché la tecnica sapeva come e la politica sapeva se e perché. Ma oggi la politica guarda l’economia, che diventa l’ultima istanza per la decisione e gli economisti guardano le risorse tecnologiche. La tecnica non apre orizzonti di senso, non dice la verità, dice se una cosa funziona: i suoi valori sono efficienza, valorizzazione del tempo, funzionalità”.

In questo scenario l’uomo rischia di diven­tare – in molti casi ne abbiamo già visto la realizzazione storica – “un funzionario d’apparato senza nessuna responsabilità rispetto agli esiti finali”.

Il mondo assomi­glia a quello rappresentato nei film su un futuro distopico, in cui la tecnica persegue “il suo auto potenziamento, a prescindere da qualsiasi scopo. Tanto è vero che nel mondo esiste un arsenale capace di di­struggere il pianeta non una, ma ventimila volte. Eppure, questo non impedisce che nei laboratori si studi come ‘migliorare’ la bomba atomica”.

Citando Pier Paolo Pasolini, di cui ricorre proprio quest’anno il centenario della na­scita, Galimberti ammonisce: “Non con­fondiamo il progresso con lo sviluppo. Noi ci stiamo sviluppando, non stiamo progre­dendo”. Vengono meno le competenze, ciò nonostante, siamo chiamati a decidere su questioni di portata epocale: il nucleare, le trivelle, e via referendando. Nulla di male nel chiedere ai cittadini un orientamento, ma le situazioni cambiano con una rapi­dità finora impensabile. Tra il Capodanno e la Pasqua 2020 il mondo è cambiato, si è fermato per qualcosa che non pensavamo ci riguardasse. Pandemia? Cose da pae­si in via di sviluppo. Nel 2022 la scena si ripete con una guerra che porta gli sfollati a casa nostra, senza neanche bisogno che attraversino il mare. Mare che peraltro si impegna a risalire il delta del Po come mai prima, mentre fioccano ordinanze che razionano l’uso dell’acqua, manco fossimo in un Paese subsahariano.

“Serve un’educazione del popolo”, com­menta Galimberti, piuttosto pessimista sull’attuale sistema scolastico. “Abbiamo sul tavolo dei problemi che superano la competenza di tutti noi. Il bene e il male risiedono ormai nel fare le cose decise dall’apparato: se costruisci mine che esplo­dono sei un buon operaio”.

“A nessuno importa chi siamo, ma come funzioniamo, a cosa serviamo”. Funzionia­mo meccanicamente nel traffico di città inquinate nei giorni lavorativi, viviamo la natura e i sentimenti, ciò che rende ciascu­no di noi diverso dall’altro, nel week end. Siamo un curriculum, un cv che elenca le nostre capacità di servizio, dal lunedì al venerdì, e irrazionalità, amore, paura, emo­zione, fantasia e sogno una volta stimbrati. Galimberti conclude un’analisi acuta con una sentenza pessimista: “Non si esce da questa situazione con le emozioni fuori campo”.

Arrendersi non è mai una buona idea. Non l’abbiamo fatto con il Covid, né con la sic­cità dell’estate appena trascorsa, e non è la resa la risposta alla guerra, ma la pace. Non ne siamo usciti migliori, come recitavano le lenzuola dai balconi una manciata di mesi fa, e non sta andando tutto bene.

Ma resta un potere al singolo, e una risor­sa ancora maggiore alla comunità, a cui è dedicato questo ultimo numero di Riflessi nel 2022. Il potere di cambiare, comin­ciando da sé e dai propri comportamenti. Invertire la rotta, a cominciare dalle nostre case meno riscaldate, dai nostri bidoncini della differenziata, dal nostro abbonamen­to ai mezzi pubblici. Dal concepire acqua ed energia non come una proprietà di campanile o di tutti nel senso di nessuno, ma come un bene comune. Di tutti, quindi anche sotto la responsabilità di ciascuno di noi. Per non ignorare che abitiamo un pianeta in cui chi ha, spreca e chi non ha, muore.

Di Vanna Toninelli

Articolo pubblicato sul numero 8 di Riflessi, dicembre 2022