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Sete di turismo. Overtourism e consumo idrico

Maya Bay, nell’isola di Ko Phi Phi Leh in Thailandia, divenuta famosa nel 2000 per il film The Beach interpretato da Leonardo DiCaprio, ha perso nel corso di pochi anni oltre l’80% della propria barriera corallina. Rimini, che nel periodo di alta stagione vede la propria popolazione equivalente salire fino a 7 milioni (dai 150.000 residenti abitualmente) ha tassi di sfruttamento del proprio territorio costiero ben oltre il 95%. Le isole Baleari, vittime dal 1993 al 1998 di un vero e proprio boom di turisti, hanno incrementato di oltre il 37% il proprio consumo di elettricità.

Sono solo alcuni degli effetti più macroscopici che il fenomeno dell’overtourism induce sui territori, causando disagi (per turisti e residenti) e veri e propri danni ambientali. Ogni anno sono circa 1,4 miliardi i viaggiatori che solcano cieli, mari e strade del Pianeta: una forza immane che sposta gli equilibri delle comunità e dei territori e che a sua volta è mossa da cause diverse. A volte dalla curiosità di visitare un luogo famoso, magari reso celebre da un film (come nel caso della baia azzurra di The Beach). A volte per la facilità di accesso e la ricchezza di offerta ricettiva (come nel caso di Rimini). A volte perché il luogo in questione gode di una fama effimera sancita dai media o dal personaggio pubblico di turno che ne segnano fortuna e destino.

Gli effetti che questo fenomeno riverbera sui luoghi sono spesso molto negativi. Includono disagi per la popolazione residente, aumento dell’inquinamento, consumo di risorse. L’acqua è una delle risorse che più viene messa a dura prova da una presenza turistica eccessiva. Secondo i dati raccolti dai ricercatori ambientali Styles, Schoengerger & Galvez-Martos (2014), in Europa un turista consuma in media 300 L/ giorno di acqua, mentre un residente ne consuma in media 150L/ giorno. In luoghi come Cipro, Malta e la Spagna il turismo incide con un consumo rispettivamente del 19%, 14% e 12% (Styles, Schoengerger & Galvez, 2015) delle risorse idriche. È evidente quindi che la presenza di un consistente flusso turistico pone serie e ineludibili sfide alla gestione della risorsa più preziosa e che sia necessario adottare contromisure efficaci per mitigarne gli impatti negativi.
È infatti impraticabile (oltre che antieconomico) pensare di arrestare il flusso di viaggiatori, che è pur sempre anche una fonte di ricchezza per le destinazioni, ma alcuni accorgimenti possono essere adottati.

Si spazia dal promuovere zone meno note (per evitare il concentrarsi di ingenti quantità di persone in un unico luogo e quindi il depauperamento delle sue risorse) fino al diradare nel corso dell’anno l’afflusso turistico, spingendo per viaggi in periodi diversi. Si valuta l’applicazione di correttivi ai regolamenti, che includono limitazioni al traffico veicolare, così come precludono l’accesso a zone sottoposte a forte stress ambientale (come Maya Bay, chiusa fino al 2021 per consentire all’ecosistema di riaversi dallo sfruttamento eccessivo). Si arriva, infine, a promuovere la presenza di un turismo più responsabile e consapevole, capace di ridurre o limitare il proprio impatto.

Anche l’Unione Europea, attraverso l’Environment Sustainability Performance, ha posto in agenda il tema dell’eccessivo consumo idrico connesso all’overtourism. Dei 18 parametri indicati per monitorare la salute ambientale in rapporto ad aria/acqua/suolo e a tutte le risorse naturali di un paese, due di questi riguardano proprio il consumo di acqua, una cartina di tornasole quanto mai efficace nel valutare la pressione che i flussi turistici esercitano su un territorio.

L’acqua è un bene comune che chiama tutti noi, residenti o ospiti di passaggio, a un’attenta gestione e tutela, con noi gestori in prima linea nel tutelare e garantire a tutti un accesso sicuro e continuo alla risorsa più importante del Pianeta.  

 

Redazione
Articolo pubblicato sul numero 6 di Riflessi, giugno 2022