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La vera emergenza? Sostenere l’umano

«Andare a cento all’ora negli anni Sessanta sembrava una cosa pazzesca; oggi se tieni quell’andatura ti suona anche il camion del letame…». Parola di Paolo Cevoli, 64 anni, romagnolo Dop, comico e imprenditore multitasking, tanto per usare uno degli anglicismi che prende in giro ferocemente nei suoi show. Nel suo caso, però, è azzeccato: tra libri e serie sul web, podcast e teatro, Cevoli ha lavorato parecchio anche nei due anni di pandemia. E si prepara a tornare in teatro con uno spettacolo intitolato, appunto, Andavo cento all’ora. «La canzone di Morandi uscì nel 1962, avevo quattro anni: è la stessa età che ha oggi mio nipote. Io provo a spiegargli il mondo di allora facendo il paragone tra quello che c’era e quello che c’è. E toccando temi come il politicamente corretto, i generi, l’ecologia… Impegnativo. Far ridere su certi argomenti evitando scivoloni non è facile».

Lui lo fa da almeno vent’anni, da quando esplose sul palco tv di Zelig. E finì per affiancare la comicità al lavoro di manager («settore accoglienza e ristorazione»), ereditato dalle radici familiari: i genitori avevano un alberghetto a Riccione, «Pensione Cinzia, zero stelle», e Cevoli ha iniziato a lavorare lì, come centinaia di ragazzi della Riviera. Spettacoli a parte, lo racconta per bene in Manuale di Marketing Romagnolo (edizioni Solferino). Un libro semiserio, come sempre: tra battute, ricordi personali e acronimi in perfetto “corporatese” (mai sentito parlare della SPI, la formula magica dell’imprenditore romagnolo? «Cinquanta per cento di Sburonaggine, 50% di Patachismo e 50% di Ignorantezza», e pazienza se la somma fa 150 «perché il 100 per cento sembra un tantino poco…»), l’ironia picchia duro sulle manie di chi si riempie la bocca di reputation, debriefing e storytelling; ma lo fa per farne venir fuori l’anima, il cuore di certe dinamiche del mondo del lavoro e dell’umanità che può esserci dentro. Si sorride molto, insomma, e si pensa altrettanto. «Il mio lavoro è far ridere e poi sperare che si muova qualcosa…».

Anche sulla sostenibilità? Nello spettacolo ne parlerai, ma nel Manuale la parola non c’è…

L’ecologia è importantissima. Ma per parlarne davvero, bisogna partire dalla sostenibilità umana. Non si può pensare alla casa se non si guarda anzitutto a chi la abita. Nel libro, quando parlo del Parmigiano o dell’Aceto balsamico, dico che la Dop non andrebbe data ai prodotti, ma alle persone, hai presente? Forse che la vacca si automunge e caseifica da sola? No, ci vogliono le persone… Perché il valore aggiunto sta lì, la differenza la fanno loro. E per l’ambiente è la stessa cosa. La vera emergenza è sostenere l’umano. Se no anche l’ecologia, che di per sé è un problema serio, diventa una moda.

In che senso?

Se non ha radici, è una cosa che al primo problema salta per aria. Guarda adesso: c’è l’emergenza gas per la guerra, e riapriamo subito le centrali a carbone… No, la cura dell’ambiente si affronta davvero solo attraverso un’educazione ampia. Non ci sono altri modi. Tenere in ordine la propria casa è il riflesso del tenere in ordine se stessi. Altrimenti il rischio è di fare gli sburoni, come diciamo noi in Romagna: tante chiacchiere, ma pochi fatti veri.

Ma il turismo di una volta era più sostenibile? In un podcast che hai fatto per la serie “Reperti” (tema: Ecologia) dici che la Pensione Cinzia era quasi un modello: settanta ospiti, più la tua famiglia a lavorarci, e un solo sacco di spazzatura al giorno.

Vero. L’immondizia praticamente non c’era. Anzi, nelle case di campagna non esisteva proprio il bidone della spazzatura: c’erano le galline, i maiali, il cane… E quindi non si producevano rifiuti. L’unica cosa non riciclabile era il ferro, ma per quello c’era il ferrivecchi che passava a prenderlo. Il mondo prima della plastica era molto diverso.

Era tutto più «circolare», altra parola magica…

Sì, vero. A parte che mia mamma cucinava benissimo, e i clienti spazzolavano via tutto, ma le cose non avevano imballaggi: non si doveva smaltire nulla, non c’era la raccolta differenziata. Noi avevamo mia nonna che aveva le galline e i conigli. I contadini venivano a portarci la frutta. Del vetro si restituivano i vuoti. Detto questo, io ironizzo molto su quelli che dicono: «Ah, ma una volta…». Una volta un cavolo. Oggi è molto meglio. E domani lo sarà ancora di più. Ma bisogna darsi da fare davvero. Trovare strade nuove.

Però al fondo si tratta di quello: meno consumi e meno sprechi. Come dovrebbe essere una «Pensione Cinzia a zero stelle» versione 5.0?

Ah, sarebbe il mio sogno; riaprire una pensione a gestione familiare ammodernata, con tutti i crismi di oggi. Visto che il punto centrale è la sostenibilità umana, ci vorrebbe anzitutto una presenza umana bella, accogliente: quindi una famiglia che la gestisce, appunto, o un gruppo di amici. Il turismo è la prima cosa che devi umanizzare per renderlo sostenibile. Tra l’altro oggi va molto di moda, no? Si parla tanto di experience. Be’, io sostengo che da noi i clienti trovavano un’esperienza affettiva: gli veniva aggiustata l’anima. Attraverso le patacate del mio babbo e i piatti strepitosi della mamma, uno tornava a casa non solo più abbronzato e un po’ ingrassato, ma più sorridente.

E sul lato ecologico, cosa servirebbe?

Non sono un tecnico. Però oggi ci sono tecnologie che permettono di fare tante cose. Non so, l’altro giorno sono stato dal mio amico Mario, proprietario dei Caffè Pascucci. Be’, lui ha investito dieci anni e un sacco di soldi per arrivare a produrre capsule di caffè fatte con foglie di mais e di cocco. Non il mais: le foglie, perché se no, dice, «tolgo dal mercato risorse commestibili, e invece voglio usare materiale di scarto». Queste capsule non inquinano: anche se finiscono in mare, i pesci se le mangiano. Servono cose così. Ma grazie a Dio, di imprenditori che lavorano su queste cose ce ne sono molti. Di recente, per dire, ne ho incontrato uno molto giovane, che di lavoro fa il consulente per le strutture ricettive, per aiutarle ad adattarsi a certe esigenze: non solo i disabili in carrozzina, ma i nonni, le famiglie con bambini… Non sarà “turismo sostenibile” in senso stretto, ma secondo me è ecologia. Cioè rendere un ambiente più a misura d’uomo.

E sui viaggi? In quel podcast dicevi che fino a qualche tempo fa lo standard dell’automobilista medio era il «chissenefrega»: si arrivava al semaforo e si svuotava il portacenere per terra… Adesso facciamo più attenzione?

Sicuramente. Io, per dire, certe cose non le faccio più. Prima di tutto, per me, è scattata una forma di ecologia verso me stesso: ho smesso di fumare, ho cominciato a fare sport, ogni giorno: finita l’intervista, vado a fare yoga. Davvero, eh? Non sto scherzando. No, direi che siamo tutti più attenti. Ma bisogna far sì che non sia solo una moda, appunto.

 Hai fatto uno spot sul turismo in Emilia-Romagna in cui vai in giro in bici: la usi davvero per spostarti?

Assolutamente sì. Sono un ex ciclista amatoriale che andava in giro tutti i weekend con gli amici: poi, da quando è scoppiato il fenomeno Zelig e la comicità è diventata un lavoro, si sono stravolti gli orari e la vita. Ora, però, ho ricominciato. Vivo in campagna, alle porte di Bologna. Il centro è a 11 chilometri. Col bel tempo, vado in bici: faccio prima e inquino zero. È un mezzo fantastico. Quando torno a Riccione, me la porto anche in treno.

Altra frontiera delicata, per il turismo sostenibile: il mare. Voi in Romagna ci campate. Però già vent’anni fa, a Zelig, il tuo Palmiro Cangini, “assessore alle Varie ed eventuali del Comune di Roncofritto”, parlava di «mare inclinato»…

…e di maciullagine, come diceva mia zia quando tirava in ballo la mucillagine, le alghe.

Com’è la situazione, adesso? Abbiamo fatto passi avanti?

Guarda, io sono stato un mese fa a bordo della Daphne. È la nave che tiene monitorato l’Adriatico romagnolo, da Comacchio a Cattolica. I tecnici mi dicevano che questo, di per sé, è un mare pulito: non c’è un inquinamento particolare e neanche troppa plastica. Ma ha tanti problemi legati alla scarsità della pioggia. L’innalzamento delle temperature e la poca acqua che arriva dai fiumi, soprattutto dal Po, fa sì che ci siano tanti sedimenti e microrganismi, e il mare ne soffre. Di passi avanti ne abbiamo fatti tanti: Rimini ha costruito un megadepuratore all’avanguardia, la Riviera e la Regione hanno investito un sacco di soldi… Ma i problemi qui dipendono dal clima, più che dall’inquinamento. Del resto, ormai è tutto così intrecciato… L’altro giorno, in tv, parlavano dell’ultima strage in Nigeria. Ancora più delle questioni religiose o politiche, pare che all’origine ci sia la siccità: sta spingendo verso sud i pastori Fulani che cercano di far sloggiare l’altra etnia con la violenza. L’acqua diventerà un problema grande, lo è già. Va tutelata. Però, come vedi, si torna al punto di partenza…

 Sostenere l’umano.

Esatto. Abbiamo risorse e tecniche per migliorare la casa. Ma se non migliora l’uomo, la casa va farsi a benedire.

 

Di Davide Perillo            
Articolo pubblicato sul numero 6 di Riflessi, giugno 2022