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L’ambiente presenta il conto: “Compiamo scelte irrazionali, pur sapendo di essere responsabili del disastro ambientale”

La sostenibilità non è un marchietto verde sopra un imballaggio in plastica. È un complesso (e sottovalutato) intreccio fra aspetti ambientali, economici e sociali, un modello di sviluppo che non pregiudica le possibilità delle generazioni future.

Le semplificazioni che contrappongono tutela dell’ambiente e crescita, o semplicemente benessere, le scelte di corto respiro, non solo ignorano il ticchettio dell’orologio planetario, che scandisce la fine del tempo a disposizione per invertire la marcia, ma anche le opinioni degli scienziati del clima.

E se la chiave non fosse tanto percorrere la strada degli ambientalisti “duri e puri”, ma spiegare che il cambiamento climatico mette a rischio proprio lo stile di vita che vorremmo mantenere? Lo abbiamo chiesto a Carmine Trecroci, Professore Ordinario di Scienze economiche e statistiche presso il Dipartimento di Macroeconomia, finanza e sviluppo sostenibile all’Università degli Studi di Brescia.

Quanto sono connessi fra loro gli aspetti ambientali, sociali ed economici nella sostenibilità?

Vediamolo con un esempio molto vicino a noi, con il bacino del lago d’Iseo, di cui siamo tutti innamorati per la bellezza del paesaggio e la mitezza climatica. Il bacino del lago si trova in una situazione molto precaria, molto fragile. A causa della depurazione non efficiente dei comuni a monte e di quelli rivieraschi, la qualità dell’acqua sta rapidamente peggiorando. Il rischio è che il lago diventi una sorta di pozzanghera maleodorante: un problema ambientale ed ecologico, ma da cui discenderebbe un problema economico. Le attività turistiche, ma anche quelle commerciali, agricole, zootecniche che dal turismo vengono alimentate, le quotazioni immobiliari: tutto si svaluterebbe. E questo non riguarderebbe solo il lago d’Iseo, ma anche gli ecosistemi vicini: la Franciacorta, la Valle Camonica, la stessa Brescia.

Ecco spiegato come un problema di natura apparentemente ecologica, addirittura chimica, come la qualità delle acque di un lago, possa avere importanti riflessi economici e sociali. Venendo meno la qualità del capitale naturale, peggiorano i livelli di reddito, le prospettive di coesione sociale, si perdono posti di lavoro. Benessere economico e qualità dell’ambiente sono strettamente connessi.

Si potrebbe dire lo stesso per il lago di Garda, che ha un problema di over-tourism, o per la Franciacorta, che rischia di ospitare attività invasive. Sono esempi lampanti di un uso del territorio frutto di una visione di breve periodo, “mordi e fuggi”. Una strategia assolutamente suicida, dal punto di vista economico e sociale. Mettere in contrapposizione tutela ambientale e interessi economici è una cantonata clamorosa. Bisogna continuare a denunciare questa miopia, coinvolgendo chi è più interessato al benessere del territorio, chi ci vive e lo vive”.

Non sembra che queste evidenze scientifiche abbiano portato a un’inversione di marcia, neppure nelle ultime Cop. Qual è la posizione della comunità scientifica?

Di grande allarme. Gli scienziati sono più preoccupati dei politici, sembra. Le principali evidenze della fisica del clima hanno ormai dimostrato in maniera incontrovertibile che ci troviamo sull’orlo del punto di non ritorno, il punto al di là del quale alcuni processi fisico climatici diventerebbero irreversibili. Questo punto è l’innalzamento della temperatura media globale di un grado e mezzo, rispetto all’era preindustriale, un punto a cui siamo veramente molto vicini. Non significa che la vita scomparirà, ma una volta superato quel punto, per riuscire a tornare indietro ci vorranno migliaia di anni. Gli eventi climatici estremi, come ondate di calore, siccità e perturbazioni violente, stanno aumentando di intensità e frequenza, per questo la comunità scientifica non esita a parlare di crisi ecologica e di catastrofe climatica.

Oltre a denunciare la situazione, qual è il potere di cambiamento del singolo?

Cambiare i nostri comportamenti. Un bresciano in media emette più di 9 tonnellate di CO2 l’anno. Conduciamo stili di vita che contemplano una grande produzione di rifiuti, un elevato consumo di energia, un uso eccessivo dell’automobile, per esempio. È necessario acquisire consapevolezza degli effetti prodotti dai nostri comportamenti. Anziché puntare solo sulla differenziata, dobbiamo drasticamente ridurre la produzione di rifiuti, scegliendo prodotti a ridotto ingombro di imballaggi, portando la produzione pro capite di rifiuti dagli attuali 5-600 kg a meno di 100 kg l’anno; usare molto meno l’automobile, di qualunque tipologia, regolare i termostati, indossare un maglione in più. Occorre costruire la nostra vita in modo da non aver bisogno dell’auto, ma anche usare in modo efficiente il riscaldamento e il raffrescamento, non esagerare con i consumi di alimenti di origine animale, perché un consumo elevato di carne rossa e di alimenti che provengono da allevamenti intensivi ha un impatto carbonico e un consumo idrico sproporzionato. Tutte scelte che se orientate razionalmente fanno bene alla nostra salute, al portafoglio e al Pianeta.

Dobbiamo pensare in maniera razionale a tutte le nostre scelte, anche per l’acquisto di un capo d’abbigliamento. Chiediamoci come e dove è stato prodotto. I prezzi di molti beni sono mantenuti artificiosamente bassi: a noi sembra di pagare poco per un capo del fast fashion, ma ci sarà un altro cittadino del mondo che sta sostenendo il costo reale, insieme alle risorse naturali, lavorando in condizioni malsane e sottopagato. Oppure inquiniamo l’aria delle nostre città, il 25% delle emissioni viene dal settore trasporti in Italia. Dobbiamo assumere consapevolezza che ogni nostra scelta ha delle conseguenze. Se lo facciamo tutti – muoverci di meno, solo con mezzi pubblici o a ridottissimo impatto ambientale – otterremo risultati. Se lo facciamo in pochi poi dovremo fare scelte ancora più drastiche.

Parliamo di acqua, un bene molto prezioso il cui valore è sottovalutato. Come si posiziona l’Italia rispetto agli altri Stati europei?

Ci sono differenze, ma altrettante ne troviamo fra il Nord e le regioni del Sud, dove in alcune zone l’acqua costa poco ma anche la qualità del servizio è molto scadente: la depurazione non esiste, le dispersioni della rete sono molto elevate, vi sono parecchie interruzioni di servizio. Cosa sto pagando quando pago la bolletta? Pago un servizio che ha un costo sia in termini di gestione che di investimenti infrastrutturali. Ci sono scelte di un’ovvietà lampante, che però non vengono attuate. Il punto è anche quanto vogliamo essere razionali. In alcuni contesti per risparmiare 2 centesimi se ne perdono 200 l’anno successivo. Per questo dico che occorrono scelte individuali e collettive orientate alla razionalità e al bene comune. Se continuiamo a riconoscerci nella bontà del cosiddetto contratto sociale, cioè il fatto che apparteniamo tutti a una comunità, quindi ci siamo messi insieme perché vogliamo condividere in maniera pacifica alcune infrastrutture, alcune regole, alcuni beni comuni, allora non possiamo affidarci a scelte irrazionali, alla miopia o all’interesse di piccoli gruppi di pressione.

In tema di sostenibilità si parla molto di impronta carbonica, emissioni di gas che alterano il clima, ma poco di acqua. Eppure, le cronache ci riportano sempre più spesso di eventi climatici con effetti drammatici.

È così, perché dimentichiamo che l’impronta carbonica e quella idrica sono interdipendenti, nel senso che fanno entrambi riferimento a modalità di organizzazione della nostra vita e quando sono organizzate in maniera irrazionale, finiscono per far crescere sia l’impronta carbonica sia quella idrica. Una collettività non capisce che solo un rapporto equilibrato con le risorse naturali può garantirci la sostenibilità nel lungo periodo. Si parla troppo poco di impronta idrica, ma agli addetti ai lavori è evidente la stretta correlazione fra queste due impronte e il ruolo imprescindibile dell’acqua nei cambiamenti climatici e nei fenomeni estremi.

Ci sono dati recenti che confermano queste previsioni?

L’IPCC e il Global Carbon Project sono gruppi di scienziati che forniscono una contabilizzazione accurata e puntuale delle emissioni di CO2 e di quelle che ancora ci restano prima di toccare la barriera dell’innalzamento di 1,5 grado. Il 2021 ha visto un forte rialzo delle emissioni globali rispetto alla caduta temporanea che c’era stata nel 2020, confermando che la traiettoria non mostra segni di cedimento o di appiattimento, come molti di noi speravano. Tra gli obiettivi dell’ONU c’è il raggiungimento del picco entro il 2025, a questo punto ci sono rimasti solo 2 anni.

L’obiettivo non è tanto il picco, quanto l’inizio della fase di diminuzione delle emissioni.

Esatto. Ce lo aspettiamo ogni anno questo picco, almeno da trent’anni, quando le emissioni erano la metà di quelle di oggi. Ma non abbiamo ancora raggiunto né il picco né il plateau – la fase piatta – che ci auguriamo preceda la discesa definitiva delle emissioni annue.

Oggi però siamo più consapevoli di cosa stiamo causando, rispetto agli inglesi della prima rivoluzione industriale.
Certo, non solo conosciamo le conseguenze delle nostre azioni, ma abbiamo anche la tecnologia e le modalità per organizzare la nostra vita economica e sociale in modo da ridurre quelle emissioni.
Se non lo facciamo, pur avendone la possibilità e pur sapendo che il danno che infliggeremo a persone e Pianeta è elevatissimo, allora siamo doppiamente irresponsabili.

Intervista a Carmine Trecroci
Articolo pubblicato sul numero 8 di Riflessi, dicembre 2022